A proposito di ambiente - In Sardegna parte il Progetto Strong Sea

giovedì 10 marzo 2022

La pesca è settore strategico per la Sardegna, è estremamente articolato e con un indotto molto esteso, tale da caratterizzare l’economia della intera Regione. Sono molteplici le attività umane che determinano un costante impatto sull’ecosistema marino. Nonostante l’attenzione che la stragrande maggioranza degli operatori della pesca rivolge all’utilizzo dei propri strumenti di lavoro, accade infatti, non di rado, che si perdano in mare reti e altre attrezzature che compromettono la necessaria salvaguardia del mare e delle sue risorse. Come invertire la rotta in tema di recupero e, magari, riciclo dei rifiuti legati alla pesca? Come permettere all’ecosistema marino di liberarsene o, comunque, di limitarne l’impatto ambientale?

In questo senso va il progetto Strong Sea, approvato a Dicembre 2021 e finanziato nell’ambito del programma LIFE, settore prioritario Natura e Biodiversità, sui fondi stabiliti nella programmazione 2014-2020, e il cui obiettivo è proteggere e migliorare lo stato di conservazione degli habitat prioritari Posidonia oceanica e Coralligeno,  entrambi inclusi nella Direttiva  92/43/CEE (Diretiva Habitat) e nella rete dei siti Natura 2000. Il progetto, di cui ISPRA è coordinatore in partenariato con MCM (Consorzio Regionale Servizi) e le cooperative ECOGreen e Desacré, vede interessata l’area del Golfo dell’Asinara e la costa Nord Occidentale della Sardegna. Il cuore pulsante della progettualità mira a rimuovere gli  ALDFG (Abandoned, Lost or otherwise Discarded Fishing Gear) rinvenuti in hotsposts identificati nell’area di studio, e il cui grado di deterioramento e interazione con le componenti biologiche dell’habitat li rendano rimovibili senza arrecare ulteriori danni all’habitat. Oppure, in caso di impossibilità ad essere rimossi, inattivati così da ridurre al minimo la pesca fantasma ed evitando al contempo di stressare gli habitat stessi.

Abbiamo sentito i protagonisti di questo progetto, per capire da loro quali forze metteranno in campo e quali sono i risultati attesi di un’operazione potenzialmente innovativa, per via del circuito virtuoso individuazione-rimozione-riciclo, e per questo capace di generare idee e altre progettualità future in grado di far respirare l’ecosistema marino.

A fare da apripista la dott.ssa Serena Lomiri, che guida e supervisiona il progetto per ISPRA, la quale ci spiega che "il progetto nasce da una problematica che mi è stata presentata più volte dai pescatori dell’area Golfo dell’Asinara e mira a tutelare e migliorare lo stato di conservazione della Posidonia oceanica e del Coralligeno: habitat sensibili, di pregio e tutelati dalla direttiva Habitat. Tra le varie minacce – spiega – c’è quella delle reti fantasma, abbandonate o talvolta disperse senza dolo né volontà di abbandono, e di cui ci rendiamo conto maggiormente ora anche in virtù di una aumentata consapevolezza sul tema rifiuti. Ciò che vogliamo fare è recuperare queste reti, laddove questa scelta sia la migliore per l’habitat in questione; perché in alcuni casi la rimozione, a causa dello strappo, potrebbe creare danni peggiori all’habitat. Tramite una valutazione che tenga in considerazione le caratteristiche peculiari del sito di abbandono, se la rimozione non è adatta si procederà all’inattivazione, ritagliando la rete di modo da  non danneggiare più la fauna e non continui la pesca fantasma". Lomiri entra nel vivo del progetto e ci dice che "una volta recuperati, è importante che questi strumenti vengano ripuliti eliminando ad esempio le concrezioni biologiche, il che ci porta ad immaginare percorsi di educazione ambientale con produzione di materiale scientifico rivolto ad atenei, scuole o pubblicazioni. Una volta pulite le reti verranno separate nei rispettivi materiali, avviate ad un corretto processo di smaltimento e quando possibile, tema su cui puntiamo moltissimo, riciclate. Se l’attrezzo è in buone condizioni ovviamente può essere restituito al pescatore. Noi comunque puntiamo a dare nuova vita a questi strumenti".

Nuova vita a qualcosa che è stato abbandonato e, nel caso delle reti fantasma, arreca danni a fauna e flora marina. Ma come donare, per usare le parole della dott.ssa Lomiri, valore aggiunto facendone oggetti e accessori di pregio che una volta realizzati e messi sul mercato possono contribuire all’economia? "Questo – ci dice Viviana Pes, presidente della cooperativa Desacré – è un po' il coronamento di quella che è la nostra filosofia di recupero e riciclo per creare oggetti in cui la materia recuperata non sia visibile: sembrano infatti oggetti nuovi e invece sono realizzati con materiali di riciclo. Già dal 2014 come collettivo, prima di divenire cooperativa nel 2019 – racconta – fummo le prime in Sardegna ad occuparci di riciclo e recupero di materiali non convenzionali. PVC, airbag esplosi, vele, cinture di sicurezza e molto altro". E qui si esplica il ruolo di Desacré: "accogliere il semilavorato prodotto dal recupero delle reti da pesca e, a seconda del materiale che riceveremo, iniziare a realizzare una strategia di progettazione e prototipazione studiata ad hoc. Così da poter creare manufatti come borse e piccoli accessori dall’alto contenuto artistico".

Ma c’è un lavoro preliminare, di importanza strategica e operativa che prelude a tutto quanto detto finora, ed è svolto dalla cooperativa Ecogreen per il consorzio MCM, come ci spiega il presidente Roberto Corda: "Faremo una cernita dei materiali recuperati in mare, nasse e reti, e poi trasporteremo quanto selezionato negli impianti di recupero". Parole queste che fanno eco a quanto Lomiri ci aveva già anticipato, sottolineando il grande lavoro svolto da Ecogreen nell’ottenere tutte le autorizzazioni necessarie e nel posizionare il cassone. Operazioni poco visibili ma di enorme importanza. Con Corda ci siamo soffermati a riflettere sul fatto che questa dovrebbe essere la modalità di gestione dei rifiuti verso cui dovremmo convergere sempre più a livello globale: individuazione geografica-riciclo del rifiuto in oggetti utili: "Sarebbe quella ideale – di dice – in modo da recuperare quanto più rifiuti possibile".

Un progetto ambizioso, quindi, quello che si appresta a partire e che nelle intenzioni, oltre ai risultati concreti, potrà portare anche una spinta per altri progetti. Obiettivo in cui si incastona lo spirito della cooperazione. Spirito che si può toccare non solo nell’appartenenza delle cooperative coinvolte a Confcooperative Sardegna, fra le quali il consorzio MCM il cui presidente Fulgenzio Cocco è anche presidente della Federazione Lavoro e Servizi Sardegna, ma anche nel lavoro di squadra che si è già instaurato: "Non si può fare tutto da soli e il partenariato in questo senso è vario e armonico – chiosa la dott.ssa Lomiri – e questo è un aspetto che la Comunità Europea ci ha sottolineato in fase di valutazione del progetto. In questo contesto ognuno ha le sue competenze e dai partner si impara anche molto. Quando sarà finito Strong Sea – ci dice guardando al futuro – magari metteremo in piedi altri progetti perché uno ha imparato dall’altro e la cooperazione è fondamentale".

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